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Valle Sacchetta Sacchettina
visitata lo scorso 13 novembre
lunedì 16 maggio 2011
Nel collasso degli stock ittici, le dimensioni non contano 13/5/2011 Sloweb
giovedì 12 maggio 2011
Usa, campagna choc per salvare
L'organizzazione americana non-profit Ocean Voyage Institute vuole sensibilizzare l'opinione pubblica sull'inquinamento degli oceani e per farlo userà un vero pesce rosso costretto a vivere in un ambiente sporco e tossico. Sconcerto nel mondo degli animalisti
L’obiettivo di “Save Kai” – salvate Kai, è questo il nome che è stato dato al piccolo pesce rosso – è quello di coinvolgere i fan di Facebook perché diventino donatori attivi. Lo farà attraverso la riproduzione in “dimensione acquario” del vortice di plastica che ogni giorno minaccia e uccide la vita marina nel Pacifico del Nord.
Attraverso una webcam attiva 24 ore su 24, le persone potranno seguire il pesciolino Kai ed essere testimoni della sua difficile condizione, la stessa minaccia a cui sono sottoposti ogni giorno milioni di pesci a causa dell’invasione della plastica. Per 30 giorni, Kai vivrà in uno spazio circoscritto all’interno di un acquario colmo di rifiuti di plastica, che rappresentano il Vortice di Plastica del Pacifico. Per salvare Kai e rimuovere i detriti dalla sua casetta acquatica, i partecipanti potranno fare donazioni via Facebook di almeno 5 euro dal 10 maggio fino al 10 giugno. La campagna si chiude subito dopo il World Ocean’s Day. Nell’acquario ci sono infatti detriti di diversa natura e di diverso prezzo. Se si vuole togliere una semplice fiche di plastica basta donare infatti 5 euro. Se invece si vuole togliere uno dei bottiglioni di plastica che ostruiscono la webcam occorre donare almeno 20 euro.
Mano a mano che le donazioni aumenteranno, diminuiranno i detriti di plastica nell’acquario, creando per Kai un ambiente finalmente sicuro e pulito in cui nuotare. Tutto il ricavato della campagna sarà devoluto a Project Kaisei per aiutare la prossima spedizione di pulizia dei mari, in programma per l’estate 2011.
“Durante la nostra spedizione del 2010 siamo rimasti sconvolti nel trovare pezzi di plastica che galleggiavano nell’acqua a 1.000 miglia dalla costa, in uno dei più remoti ecosistemi della Terra” – spiega Doug Woodring co-fondatore di Project Kaisei – “Con questa campagna vogliamo aiutare le persone di tutto il mondo a capire l’impatto dell’inquinamento causato negli oceani dalla plastica e a ripensare il nostro modo di usare i materiali che poi finiscono in acqua”.
La questione della plastica negli oceani è cosa piuttosto seria anche da noi e c’è chi apprezza, almeno in parte, lo spirito dell’iniziativa. “Sono contento che si cominci a sensibilizzare l’opinione pubblica verso questo tema – spiega in un’intervista a marescienza.it Giuseppe Nascetti, biologo marino dell’Università La Tuscia di Viterbo – La plastica è un problema rilevante anche nei mari italiani anche se riconosco che la scelta di far vivere volutamente un pesce in un ambiente inquinato è decisamente provocatoria”.
Più che una provocazione, per la Lega Antivisezione, quella di Cohn & Wolfe è un’iniziativa “aberrante” che rischia di vanificare anche gli obiettivi stessi della campagna. . “La scelta – spiega Gianluca Felicetti, presidente della Lav – di rinchiudere un pesce in un acquario, già deprecabile in sé, diventa inaccettabile quando lo si costringe a condividere il “suo” già ridotto spazio con materiali tossici e potenzialmente letali come rifiuti di plastica. Tale scelta, peraltro, ha il risultato di vanificare, a nostro avviso, l’allarme per la salute dell’ecosistema marino, il cui equilibrio è in pericolo a causa del massiccio sfruttamento, oltre che per l’inquinamento”.
Sarebbe meglio, per il presidente della Lav, “usare i pescherecci per ripulire il mare dai detriti plastici, per combattere inquinamento e disoccupazione del settore ittico, ottenendo, di riflesso, il risultato di impiegare altrimenti forza lavoro normalmente usata per depredare gli oceani dai suoi abitanti”.
di Emanuele Perugini
http://www.ilfattoquotidiano.it/
martedì 10 maggio 2011
Cattura esemplari grandi ha mutato evoluzione piccoli pesci, www.ansa.it
Maturano sessualmente e crescono prima,taglia ridotta del 20%
09 maggio, 23:07 (ANSA) - ROMA, 9 MAG - La caccia e la pesca estensiva dei pesci più grossi di oceani, fiumi e laghi sta modificando molto velocemente e in modo innaturale l'evoluzione di quelli più piccoli, che crescono in modo diverso e maturano sessualmente prima. A rilevare questo fenomeno è uno studio pubblicato sulla rivista Pnas.
In particolare, sembra che il cacciare gli esemplari più grandi stia modificando l'evoluzione dei pesci più piccoli, perché non avendo più la loro 'concorrenza', hanno più cibo a disposizione e crescono e maturano sessualmente più in fretta.Si è notato che la taglia media dei pesci è diminuita del 20%, mentre la durata della loro vita si è ridotta del 25%.
"Le specie più pescate - spiega Michael Kinnison dell'università del Maine - sono quelle cambiate più in fretta nelle loro caratteristiche".I cambiamenti finora documentati riguardano molti pesci, come i merluzzi, le sardine dell'Africa occidentale, le platesse americane, il salmone atlantico di Canada e Regno Unito, le aringhe norvegesi, il salmone keta giapponese, le sogliole europee del mar del Nord, i crostacei della California. Ma ciò riguarda solo i casi documentati e studiati, quindi è probabile che la lista sia più lunga e riguardi tutte le popolazioni di pesci grossi pescati. I ricercatori hanno mostrato che una volta che il pesce ha raggiunto una certa taglia ed età, diventa sessualmente maturo prima rispetto alle precedenti generazioni, perché ha più cibo e cresce più in fretta. Del resto, uno studio condotto sul silverside atlantico in allevamento ha mostrato che una pesca intensiva degli esemplari più grandi può dimezzare la taglia media in sole 4 generazioni. "Se si interrompesse la pesca intensiva degli esemplari grandi - continua - si potrebbe avere un'inversione del fenomeno, ma magari in tempi molto più lunghi. Si dovrebbe evitare di pescare solo gli esemplari più grandi, o stabilire di non pescare nelle riserve dove crescono gli animali grandi".
In particolare, sembra che il cacciare gli esemplari più grandi stia modificando l'evoluzione dei pesci più piccoli, perché non avendo più la loro 'concorrenza', hanno più cibo a disposizione e crescono e maturano sessualmente più in fretta.Si è notato che la taglia media dei pesci è diminuita del 20%, mentre la durata della loro vita si è ridotta del 25%.
"Le specie più pescate - spiega Michael Kinnison dell'università del Maine - sono quelle cambiate più in fretta nelle loro caratteristiche".I cambiamenti finora documentati riguardano molti pesci, come i merluzzi, le sardine dell'Africa occidentale, le platesse americane, il salmone atlantico di Canada e Regno Unito, le aringhe norvegesi, il salmone keta giapponese, le sogliole europee del mar del Nord, i crostacei della California. Ma ciò riguarda solo i casi documentati e studiati, quindi è probabile che la lista sia più lunga e riguardi tutte le popolazioni di pesci grossi pescati. I ricercatori hanno mostrato che una volta che il pesce ha raggiunto una certa taglia ed età, diventa sessualmente maturo prima rispetto alle precedenti generazioni, perché ha più cibo e cresce più in fretta. Del resto, uno studio condotto sul silverside atlantico in allevamento ha mostrato che una pesca intensiva degli esemplari più grandi può dimezzare la taglia media in sole 4 generazioni. "Se si interrompesse la pesca intensiva degli esemplari grandi - continua - si potrebbe avere un'inversione del fenomeno, ma magari in tempi molto più lunghi. Si dovrebbe evitare di pescare solo gli esemplari più grandi, o stabilire di non pescare nelle riserve dove crescono gli animali grandi".
Pescato in Italia: profilo di settore 6/5/2011 Sloweb
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mercoledì 4 maggio 2011
Mediterraneo: 40 specie marine minacciate da pesca intensiva
Rapporto Unione Internazionale per Conservazione Natura (Uicn)
MADRID, 3 MAG - Il degrado dell'habitat marino, l'inquinamento e la pesca eccessiva stanno mettendo a rischio la sopravvivenza di 40 specie marine del Mediterraneo. E' l'allarme che deriva dai risultati di studio realizzato dall'Unione internazionale per la Conservazione della Natura (Uicn). Secondo l'organizzazione ambientalista, fra le specie minacciate figura quasi la metà degli squali, delle razze e almeno 12 specie di pesci ossei, fra i quali, Oltre a delfini, balene e tartarughe, il tonno rosso, la cernia, la corvina, il merluzzo.
"C'è una diminuzione stimata del 50% nel potenziale di riproduzione di queste specie negli ultimi 40 anni, provocato dalla eccessiva pesca intensiva", ha spiegato Kent Carpentes, coordinatore della Valutazione globale marina dell'Uicn, in dichiarazioni ai media. E' il motivo per cui tali specie sono state catalogate nel rapporto come "minacciate" o "quasi minacciate" di estinzione nel Mediterraneo. Il rapporto evidenzia la necessità di rafforzare la normativa di restrizione della pesca, di creare nuove riserve marine, di ridurre l'inquinamento e rivedere le quote di pesca, sopratutto riguardo la cattura delle specie a rischio. (ANSAmed)
"C'è una diminuzione stimata del 50% nel potenziale di riproduzione di queste specie negli ultimi 40 anni, provocato dalla eccessiva pesca intensiva", ha spiegato Kent Carpentes, coordinatore della Valutazione globale marina dell'Uicn, in dichiarazioni ai media. E' il motivo per cui tali specie sono state catalogate nel rapporto come "minacciate" o "quasi minacciate" di estinzione nel Mediterraneo. Il rapporto evidenzia la necessità di rafforzare la normativa di restrizione della pesca, di creare nuove riserve marine, di ridurre l'inquinamento e rivedere le quote di pesca, sopratutto riguardo la cattura delle specie a rischio. (ANSAmed)
martedì 3 maggio 2011
www.coldiretti.it
AMBIENTE: COLDIRETTI, FERMO PESCA PER SALVARE PESCE ITALIANO (-50%)
Fermo pesca di quattro mesi per la fascia costiera e blocco dell’attività delle imprese per 30 o 60 giorni, per invertire una tendenza che nei primi mesi dell’anno ha visto crollare la produzione ittica (-50 per cento), tanto che dal prossimo 30 aprile l’Italia dipenderà sempre di più dalle importazioni di pesce straniero. E’ la proposta di Coldiretti ImpresaPesca dopo l’allarme lanciato dal dossier “Fish Dependence Day” presentato da Nef (New Economics Foundation) e Ocean2012, secondo il quale il calo della produzione a livello nazionale ed europeo porterà il nostro Paese a dover acquistare sempre più prodotto dagli altri paesi. Dal 2000, secondo quanto si legge nello studio, la differenza tra la ricchezza dei mari e il prelievo è diventata sempre maggiore e il deficit alimentare è cresciuto senza sosta. Il risultato – sottolinea Coldiretti – è che, secondo il rapporto, il 54% dei 46 stock ittici del Mediterraneo esaminati è sovra sfruttato, tanto che le catture sono diminuite. E, visto che gli italiani consumano la stessa quantità di pesce del 1999, c’è bisogno di importare il 37 per cento in più di prodotto estero.
Dal 30 aprile, secondo il “Fish dependance day” finirà dunque l'autosufficienza alimentare per il pesce, in anticipo rispetto agli altri stati europei (in Spagna il pesce autoctono si esaurirà l'8 maggio; in Portogallo il 26 aprile; in Francia il 13 giugno; in Germania il 27 aprile; nel Regno Unito il 16 luglio), mentre a livello comunitario la data indicata è quella del 2 luglio.
“Lo sforzo messo in atto negli ultimi 20 anni dai sistemi a traino ha superato la capacità di tenuta dell'ecosistema ed è ora di ripensare politiche e regole a partire dal centro e nord Adriatico – spiega Tonino Giardini, presidente di Coldiretti ImpresaPesca -. Serve un provvedimento d’urgenza per fermare la pesca dal 1° giugno al 30 settembre che preveda la tutela della ristretta fascia costiera fino a 6 miglia, abbinato a un blocco delle attività delle imprese di pesca, almeno in Adriatico, per 30 o 60 giorni in base alla disponibilità economica”.
Dopo il fermo Coldiretti ImpresaPesca ritiene necessaria una ripartenza graduale per evitare un depauperamento veloce delle risorse, vanificando gli effetti positivi della pausa e distruggendo i prezzi sul mercato. Dall’autunno, in particolare, occorrerebbe poi effettuare una riduzione da 5 a 4 giornate settimanali per i sistemi a traino. Serve – sottolinea Coldiretti ImpresaPesca - inoltre creare un distretto di gestione, a partire dal centro Adriatico, per fare in modo che gli areali del Nord possano essere gestiti in maniera differente, con la riduzione dei tempi di pesca ma anche con l’ottenimento di deroghe almeno per quel segmento di flotta con una bassa potenza motore”.
“Solo richiamandoci a un senso etico della pesca – sottolinea Giardini - potremo essere ascoltati e la nostra attività condivisa e sostenuta dal cittadino e dal consumatore, e questo potrà avvenire, come è avvenuto in agricoltura, sposando politiche che tutti comprendono, che non siano vocate solo al profitto, in barba ad una corretta gestione del mare”.
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